Al mattino presto del giorno quattordici del mese primaverile di Nisan, avvolto in un mantello bianco foderato di rosso, con una strascicata andatura da cavaliere, nel porticato tra le due ali del palazzo di Erode il Grande entrò il procuratore della Giudea Ponzio Pilato.
Piú di qualsiasi cosa al mondo il procuratore odiava l'odore dell'olio di rose, e ora tutto preannunciava una brutta giornata: proprio questo odore aveva cominciato a perseguitare il procuratore fin dall'alba.
Gli sembrava che anche i cipressi e le palme del giardino olezzassero di olio di rose, e che all'odore dei finimenti di cuoio e del sudore della scorta si mischiasse quell'effluvio maledetto.
Dalle ali posteriori del palazzo, dove si era sistemata la prima coorte della XII Legione Fulminante romana, giunta a Jerushalajim con il procuratore, giungevano nel porticato volute di fumo attraverso la terrazza superiore del giardino, e al fumo amarognolo, che testimoniava che i cuochi delle centurie avevano iniziato a preparare il pranzo, si mescolava quello stesso pesante aroma.
«Oh numi, numi, perché mi punite? Sí, non c'è dubbio, è lei, sempre lei, la malattia orrenda, invincibile... l'emicrania... da essa non c'è salvezza, non c'è scampo... cercherò di non muovere la testa...»
Sul pavimento a mosaico presso il ninfeo era già pronta la scranna, e senza guardare nessuno il procuratore vi si sedette e allungò una mano di lato. Il segretario vi pose rispettosamente una pergamena. Senza riuscire a reprimere una smorfia di dolore, il procuratore sbirciò in fretta lo scritto, restituí la pergamena al segretario e disse con uno sforzo:
- L'imputato della Galilea? La pratica è stata sottoposta al tetrarca?
- Sí, procuratore, - rispose il segretario.
- Come ha reagito?
- Ha rifiutato di emettere la sentenza definitiva e ha sottoposto alla tua approvazione la condanna a morte pronunziata dal Sinedrio... - spiegò il segretario.
Il procuratore ebbe un sussulto alla guancia e disse piano:
- Conducete qui l'accusato.
Dalla terrazza del giardino due legionari condussero subito sulla loggia del porticato fino alla scranna del procuratore un uomo che dimostrava circa ventisette anni. Indossava un vecchio e logoro chitone azzurro. La testa era coperta da una fascia bianca con una tenia intorno alla fronte, e le mani erano legate dietro la schiena. Sotto l'occhio sinistro l'uomo aveva un grosso livido, e all'angolo della bocca un'escoriazione con un po' di sangue raggrumato. L'uomo guardava il procuratore con una curiosità piena d'inquietudine.
Pilato tacque per un istante, poi chiese piano in aramaico:
- Sei tu che inciti il popolo a distruggere il tempio di Jerushalajim?
Il procuratore sedeva immobile come se fosse stato di pietra, e solo le sue labbra si muovevano appena quando pronunciava le parole. Era come di pietra perché temeva di muovere la testa che ardeva di un dolore infernale.
L'uomo dalle mani legate si sporse un po' in avanti e cominciò a parlare:
- Buon signore! Credimi...
Ma il procuratore, sempre senza muoversi e senza alzare la voce, lo interruppe subito:
- È me che chiami «buon signore»? Ti sbagli. A Jerushalajim tutti sussurrano che io sono un mostro crudele, e questa è la pura verità, - e con la stessa voce monotona aggiunse: - Chiamate il centurione Ammazzatopi.
Sembrò a tutti che la luce sulla loggia si offuscasse quando davanti al procuratore apparve il centurione della prima centuria Marco, detto l'Ammazzatopi. Egli superava di tutta la testa il piú alto soldato della legione e aveva le spalle cosí larghe che nascose completamente il sole ancora basso sull'orizzonte.
Il procuratore si rivolse in latino al centurione:
- Questo delinquente mi chiama «buon signore». Portalo fuori un momento e spiegagli come deve parlare con me. Ma non rovinarlo.
Tutti, tranne l'immoto procuratore, seguirono con lo sguardo Marco l'Ammazzatopi che con un cenno della mano indicò all'arrestato che doveva seguirlo. In genere l'Ammazzatopi era sempre seguito dagli sguardi di tutti, dovunque apparisse, a causa della sua statura, e quelli che lo vedevano per la prima volta erano colpiti anche dal suo volto deturpato: il naso gli era stato rotto da una clava manica.
Sul mosaico risuonarono i pesanti calzari di Marco, l'uomo legato lo seguí senza far rumore, un silenzio assoluto regnò nel porticato, e si sentivano tubare i colombi sul ripiano del giardino presso il balcone, e l'acqua del ninfeo cantava una bizzarra e gradevole canzone.
Al procuratore venne voglia di alzarsi, di mettere la tempia sotto un getto d'acqua e di rimanere cosí. Ma sapeva che questo non gli avrebbe recato sollievo.
Dopo aver condotto il prigioniero fuori del porticato, nel giardino, l'Ammazzatopi prese una frusta dalle mani di un legionario fermo ai piedi di una statua di bronzo, e colpí le spalle dell'arrestato quasi senza prendere lo slancio. Il movimento del centurione fu incurante e lieve, ma l'uomo crollò immediatamente a terra come se gli avessero colpito i tendini delle gambe, boccheggiò, il colore gli scomparve dal volto e gli occhi persero ogni espressione.
Con la sola mano sinistra, Marco sollevò facilmente il caduto come se fosse stato un sacco vuoto, lo rimise in piedi e disse con voce nasale, pronunciando a stento le parole aramaiche: